Non ero mai stato in Africa.
Eppure stavo per attraversarla in macchina, con in mano solo le chiavi di un pick-up.
Quando un socio — un sognatore, di quelli che ti contagiano — mi coinvolse in un’impresa per esplorare zone minerarie in Namibia, mi dissi: «Tranquillo, prima di partire qualcuno mi spiegherà come ci si muove, quali sono i pericoli». Invece niente. Mi misero in mano le chiavi di un pick-up. E basta.
E però… l’Africa. Stavo per attraversare in macchina la terra che avevo sognato per tutta la vita — quella dei documentari guardati da ragazzino, col naso incollato allo schermo. Il cuore mi batteva forte per due motivi opposti: la meraviglia e la paura. E non sapevo quale dei due fosse più grande.
Mi vennero in mente tutte le cose che potevano andare male: bucare nel mezzo del nulla, finire il gasolio, perdere l’orientamento, restare insabbiato. Beh… è successo proprio tutto. Ti racconto la sera in cui lo capii davvero.

Eravamo in missione per esplorare un’area mineraria. Con me il mio socio: settantasei anni, un tagliatore esperto che mi seguiva con l’entusiasmo di un bambino. Il serbatoio era basso. L’unica era deviare — cento chilometri di pista fino a un paesino, sperando di trovare gasolio. Chiamare prima per sapere se ce n’era? Il distributore un telefono non ce l’ha. Non esiste.
Arriviamo al paese. Niente. Carburante zero.
Da lì, due strade per la città più grande. Una: cinquanta chilometri fino al cancello del parco, poi duecento di Skeleton Coast. L’altra: trecentocinquanta chilometri filati di deserto, senza un solo punto dove trovare qualcosa. Con quel poco di gasolio rimasto, la scelta era una sola — il parco. La più corta, la più sensata. E in più ci avrebbe regalato la Skeleton Coast, che non avevo mai visto.
Cinquanta chilometri di polvere fino all’ingresso. Erano le 18:30. I ranger ci fermarono. «Non si può passare.»
Come, non si può passare? Il parco chiude alle 18:30: duecento chilometri dentro la Skeleton Coast non li avremmo fatti in tempo, e restare lì la notte è troppo pericoloso — nessuna struttura aperta d’inverno. L’altra strada, trecentocinquanta chilometri di deserto, col nostro carburante era pura follia. Tornare indietro non aveva senso: dietro di noi, nemmeno un litro.
Avevamo fatto la scelta giusta. E la scelta giusta ci aveva intrappolati lo stesso.

Quella notte al mio socio di settantasei anni toccò l’abitacolo, sui due sedili. A me il cassone nudo del pick-up. Otto gradi. E intorno, la fauna africana decise di farsi sentire tutta insieme: sembrava che ogni animale del continente si fosse radunato attorno alla mia auto per fare festa.
Faceva freddo, avevo paura. Ma quando alzai gli occhi, sopra di me c’era un cielo di stelle come non ne avevo mai viste.
Era la notte più scomoda della mia vita — ed era anche la più viva.
Sdraiato su quella lamiera fredda, con un uomo anziano sotto la mia responsabilità e nessuno a cui chiedere niente, pensai una cosa sola: cosa non darei, adesso, per avere un amico del posto. Qualcuno a cui chiedere ogni cosa di questa terra straordinaria, enorme e polverosa.

Non tornai subito a casa. Restai, e con il tempo diventai guida safari.
E fu da guida, sulle piste turistiche, che cominciai a vederli: i self driver. Persone che affrontavano quei viaggi da sole, esattamente come me al mio primo viaggio. Le stesse identiche scene — qualcuno a secco, qualcuno perso, qualcuno insabbiato, una gomma a terra. E gente ferma fuori dal cancello di un parco, al tramonto, perché non aveva calcolato i tempi.

Quel pick-up bloccato davanti al gate ero io.
Ogni volta, rivedevo me stesso su quel cassone gelato. Così cominciai a fermarmi. A tirarli fuori dalla sabbia, a indicare la strada, a spiegare. Ero diventato l’amico del posto che, quella notte, avrei dato qualunque cosa per avere.
E capii una cosa: non serviva loro chissà quale esperienza. Servivano poche informazioni, giuste e precise — la conoscenza pratica di chi guida davvero in quella terra. Una cosa che nessuno ti trasmette: né il tour operator, né il noleggiatore. Esiste solo tra driver e driver, come tra i camionisti — ma non c’è nessun posto dove entrare a chiederla, impararla, condividerla.
E capii anche che non era un problema della Namibia. Era lo stesso ovunque. Sulle piste rosse della Namibia come sulle strade ghiacciate dell’Islanda. Nell’outback australiano e tra i fiordi della Nuova Zelanda. Nella giungla del Costa Rica, lungo le rotte sterminate della Patagonia argentina. Ogni terra che un viaggiatore sogna di esplorare in autonomia ha le sue regole, le sue insidie, le sue strade — e in nessun posto al mondo c’è un amico del posto pronto ad aspettarti.
Io potevo aiutare solo chi incrociavo sulla pista. Una manciata di persone. E tutti gli altri, in tutti gli altri Paesi?
Tornai in Italia con il mal d’Africa — e con quella domanda che non mi dava pace. È così che è nata Holiday Self Drive: per essere quell’amico del posto — qualunque sia il posto, in qualunque Paese del mondo — nella tasca di ogni viaggiatore. La prima vera community da driver a driver per chi viaggia in self drive: dove l’esperienza di chi è già passato di lì diventa la sicurezza di chi parte adesso.
Per troppo tempo l’avventura è stata qualcosa che abbiamo guardato: nei documentari, sugli schermi, nei viaggi raccontati dagli altri. Sempre spettatori, mai protagonisti.
Holiday Self Drive nasce per ribaltare le parti. Perché il viaggio della tua vita non deve restare un sogno guardato dal divano. Da qualche parte, in questo momento, c’è una pista di terra rossa che corre verso l’orizzonte, un cielo enorme, un mondo intero a portata di volante — e aspetta te. E stavolta la storia da raccontare, al ritorno, è la tua.
L’app non ti toglie l’avventura: ti toglie soltanto la paura che, fino a ieri, ti teneva fermo a guardarla. Il resto — la meraviglia, la libertà, la strada, e il diritto di esserne finalmente il protagonista — è tutto tuo.
Sergio — fondatore di Holiday Self Drive

